Crisi di Coppia

Crisi di Coppia è un Sito che si propone di informare - da un punto di vista psicologico - sulla relazione di coppia e sulle problematiche inerenti la vita di coppia.

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Al momento, su questo Sito, sono presenti i seguenti articoli riguardanti specificatamente la

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CRISI DI COPPIA:

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La scelta del partner

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Problemi di comunicazione nella coppia

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Armonia di coppia: tra litigio e conflittualità

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Il cambiamento nella crisi di coppia

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Sessualità e crisi di coppia

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Il tradimento e la crisi di coppia

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Il matrimonio e la genitorialità: quando la famiglia mette in crisi la coppia

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 La depressione nella coppia

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Separazione e affidamento condiviso(Legge 54/2006)

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 Psicoterapia di coppia

Dipendenza affettiva

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Psicologi-Roma

 

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 Dott.ssa.Santandrea@Psicologi-Roma.com

lunedì, 02.11.09

Dipendenza affettiva

LA DIPENDENZA

Quando si parla di dipendenza, si intende uno stato psicologico a causa del quale la persona non riesce più a controllare alcuni comportamenti divenuti abitudinari .

In questa breve definizione di dipendenza emergono già alcuni aspetti importanti della condizione mentale di cui ci accingiamo a parlare:

1) la dimensione del controllo, che in questo caso diventa “perdita di controllo o incapacità a controllare un nostro comportamento”

2) la conseguente sensazione di impotenza sperimentata nel constatare che non abbiamo potere sulle nostre azioni

3) l’abitudine che alimenta e rafforza il comportamento disadattivo.

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LA DIPENDENZA AFFETTIVA

Pertanto la  dipendenza affettiva, definita anche “love addiction”, implica le dinamiche psicologiche  descritte sopra, ma all’interno di una relazione con una persona significativa e non con una sostanza o con una cosa come nel caso della tossicodipendenza, della dipendenza da internet, dal gioco….come nelle più comuni dipendenze.

Una quota di dipendenza sussiste in qualsiasi relazione e, se limitata, è utile all’instaurarsi del rapporto in quanto è  necessaria all’essere umano per ottenere conferme, sostegno, conforto, empatia e scambio ma, la dipendenza affettiva propriamente detta, assume delle forme così totalizzanti da danneggiare se stessi e la relazione in corso, fino a diventare un vero e proprio disturbo.

Proprio questa peculiarità, ovvero riferirsi alla relazione con un altro essere umano, ha determinato il suo tardo ingresso nella categoria dei disturbi relazionali, in quanto difficile da riconoscere come un comportamento problematico.

L’aspetto di forte dipendenza dal partner è comprensibile nella fase del corteggiamento e dell’innamoramento, in quanto dipendere dalle  conferme da parte dell’altro e aspirare ad un amore quasi fusionale  è in parte fisiologico e utile alla nascita del legame, ma questi comportamenti diventano disfunzionali se perdurano nel tempo.

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DIPENDENZA AFFETTIVA E ASSENZA DI RECIPROCITÀ

Nella dipendenza affettiva, il partner dipendente si annulla completamente per l’altro la cui esistenza, presenza e vicinanza diventa sostanziale al proprio benessere, alla percezione di essere vivi e utili.

Per tali motivi la persona dipendente si immola per l’altro, dedicandogli tutto se stesso, disconoscendo i propri bisogni evolutivi, consapevole di vivere all’interno di un rapporto in cui non esiste reciprocità, in una relazione squilibrata rispetto al “dare” e al “ricevere”, in cui l’altro può permettersi anche un atteggiamento parassitario o opportunistico, più o meno volontario,  spesso consapevole del fatto che il suo partner dipendente non si distanzierà  mai affettivamente da lui, anzi, paradossalmente, più massicce sono le richieste, più si rafforza la dimensione della dipendenza.

Accade con una certa frequenza che i due partners non siano per niente affini sentimentalmente, culturalmente, che non condividano progetti, interessi. Le priorità dell’uno a volte non corrispondono a quelle dell’altro, così come non coincidono le aspettative, i bisogni. La relazione può essere per entrambi poco gratificante, autodistruttiva e umiliante ma, nonostante la consapevolezza della scarsa qualità del rapporto, non si riesce a distaccarsi.

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LA RELAZIONE D’AIUTO E IL RUOLO DI SALVATORE

Questo meccanismo relazionale spesso presuppone che il partner verso cui si prova quasi devozione e completa sottomissione, venga percepito dalla persona dipendente come una sorta di “salvatore”, la cui vicinanza va a colmare un “vuoto esistenziale e affettivo” che, senza di lui, non si intravede la possibilità di riempire.

In realtà questa forma distorta di aiuto è attuata anche dal dipendente affettivo che, frequentemente, sceglie un partner problematico, a sua volta legato a qualche altra forma di dipendenza (da droga, alcool, sesso, gioco…) e, proprio per questo motivo, crede di poterlo salvare, quasi fosse una missione. Il suo ruolo di redentore giustificherebbe l’attitudine sacrificale ad omettere le proprie esigenze, in una specie di martirio quotidiano.

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LA CO-DIPENDENZA AFFETTIVA

Una variante di questa situazione è la co-dipendenza affettiva che presuppone che entrambi i partners mostrino dipendenza affettiva l’uno nei confronti dell’altro arrivando ad instaurare una dimensione relazionale basata sul controllo costante dello stato psichico dell’altro, come unica possibilità di dimostrare il proprio valore, la propria forza e alimentare la propria autostima.

Alcune caratteristiche tipiche di questa forma di dipendenza affettiva sono la dispersione o diffusione dell’identità, le sensazioni e vissuti di vuoto cronico, le ossessioni e compulsioni e le le distorsioni nelle distanze interpersonali.

Cermak (1986) individua quattro criteri su cui poter diagnosticare una co-dipendenza:

1. Tendenza ad investire continuamente la propria autostima nel controllo di sé e degli altri, benché vengano sperimentate conseguenze negative;

 2. Assunzione della responsabilità altrui pur di soddisfare i bisogni del partner, fino a disconoscere i propri;

3. Presenza di stati d’ansia e mancata percezione dei confini tra sé e l’altro in situazioni di intimità e di separazione;

4. Abituale coinvolgimento in relazioni con persone che presentano disturbi di personalità, dipendenze, disturbi del controllo degli impulsi o co-dipendenti.

Spesso questo disturbo della relazione contribuisce al mantenimento del sintomo del partner che presenta il disturbo specifico (tossicodipendenza, disturbo alimentare come ad esempio  bulimia nervosa, binge-eating o disturbo da alimentazione incontrollata o obesità….).

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DIPENDENZA AFFETTIVA E PAURA

La paura è l’emozione dominante in questa forma di dipendenza e guida la maggior parte dei comportamenti inconsulti messi in atto. La persona dipendente vive quotidianamente sotto scacco di vari tipi di paura:

 1) La paura della separazione e dell’abbandono

Per farsi ben volere è disposta a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, può accettare situazioni per chiunque intollerabili (Lingiardi V., 2005),bastonando costantemente la propria dignità e la propria autostima.

Poiché è inconcepibile pensare alla propria vita senza l’altro, il dipendente fa di tutto per evitare che l’altro sfugga ma, inevitabilmente, provoca il rifiuto di quest’ultimo.                 Questo rifiuto alimenta ulteriormente il senso di inadeguatezza, la paura dell’abbandono e della solitudine. 

Queste sensazioni insopportabili rinforzano a loro volta l’attitudine a calpestare i propri bisogni, i propri spazi. Spesso il partner dipendente vive seguendo l’aspettativa  che prima o poi perseguirà il suo obiettivo di “farsi amare esattamente come vuole essere amato” e che “il compagno/a non potrà non innamorarsi di lui/lei”.

2) La paura del cambiamento

Non è raro che gli individui affettivamente dipendenti ristagnino per lungo tempo all’interno di queste sabbie mobili relazionali, senza progettualità, senza evolversi, crescendo molto lentamente e il minimo indispensabile perché ogni cambiamento diventa un ulteriore elemento che può sfuggire al proprio controllo, proprio come fa la persona amata.

La percezione che la propria vita si sia fermata è molto forte e frustrante e, proprio questa consapevolezza, contribuisce a fare in modo di “non lasciare la presa”, di perseverare nell’intento di farsi amare da una persona su cui hanno investito a lungo energie e speranze, smettendo di vivere e soffocando le iniziative rivolte al proprio benessere.

I vissuti emotivi dei dipendenti affettivi infatti alternano sentimenti di rabbia e rimorso a vergogna e colpa anche perché, spesso, si mostrano per quelli che non sono, rinunciando ad aspetti sostanziali della propria identità per assumere maschere che hanno il solo scopo di compiacere l’amato. Anche per questi motivi sovente sono gelosi e possessivi.

Più si impegnano a trattenere l’altro a sé e si immolano alla causa, più la posta in gioco diventa alta ed è impensabile tornare indietro o abbandonare tutto.

 

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DIPENDENZA AFFETTIVA E OSSESSIONE

Il pensiero dell’altro avvolge interamente la vita del dipendente affettivo che, in preda a questo pensiero intrusivo e dominante, non riesce a ritagliarsi spazi mentali e fisici personali di cui godere-

Spesso il bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner  viene nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto dell’altro.


Egli vive interamente all’ombra dell’altro, pronto a servirlo, a correre in suo aiuto, ad accontentarlo, tutte attività che assorbono tempo ed energia e non consentono di investire su se stessi. La “dose” di presenza e di tempo (per usare un termine di Giddens)  che l’altro può concedere non basta mai, quasi fosse una sostanza da cui è difficile disintossicarsi.

Quando la persona dipendente arriva alla saturazione e tenta la rottura, spesso in modo drammatico e tragico, il pensiero va subito sul partner appena lasciato e il ricordo dell’amato diventa ancora più opprimente di quanto lo fosse prima della separazione e allora, non riuscendo a sostenere il dolore della perdita e l’idea soverchiante che l’altro è lontano, la persona dipendente ritorna immediatamente sui propri passi, pronta a concedersi ed umiliarsi ancora di più per paura che l’altro, offeso dal gesto di rottura, non voglia più saperne.

Ogni tentativo di uscire dal rapporto, viene immediatamente seguito da un subitaneo pentimento e ogni ripensamento è accompagnato da vergogna e colpa.

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DIPENDENZA AFFETTIVA E STORIA FAMILIARE

Alcune ricerche hanno evidenziato una correlazione tra l’insorgere di un comportamento di dipendenza affettiva in età adulta e alcune dinamiche familiari vissute durante l’infanzia.

Spesso le famiglie di queste persone presentano delle caratteristiche particolari:

1)impossibilità, da parte del bambino, di sperimentare il senso di sicurezza rispetto alla figura affettiva di riferimento

2)tendenza ad assumere con il partner lo stesso ruolo assunto durante l’infanzia con il genitore di riferimento, nella speranza questa volta di ottenere quelle risposte di reciprocità non avute in passato

3)provenienza da una famiglia che tendeva a trascurare i bisogni emotivi ed affettivi dei suoi componenti

4)provenienza da una famiglia che tende ad ignorare le percezioni e i sentimenti del bambino che, di conseguenza, comincia ad adattare le proprie percezioni a quelle delle figure genitoriali, perdendo la capacità di entrare in contatto con i propri stati d’animo autentici  e la fiducia nelle proprie sensazioni. Rischia così di non saper riconoscere quali situazioni affettive possano arrecare danno e quali invece no

5)ambiguità nel comportamento dei genitori che possono aver sedotto o abusato dei minori

6) alto livello di conflittualità, tensione e violenza tra i genitori o tra questi e i figli

7) genitori a loro volta dipendenti da sostanze

8) genitori  in competizione tra loro, manipolatori nei confronti del bambino con cui cercano di coalizzarsi a discapito del coniuge

9)un’esposizione nell’ambiente familiare a regole oppressive che sono state in grado di coartare un’aperta espressione dei sentimenti da parte del bambino.

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DIPENDENZA AFFETTIVA E SINTOMI SECONDARI

Capita a volte che le persone dipendenti affettivamente, in particolare nei casi di co-dipendenza nella coppia, manifestino alcuni sintomi connessi alla loro modalità relazionale disadattava, come per esempio:

Depressione

Disturbi dell’alimentazione

Insonnia

- Abuso di sostanze

Disturbi d’ansia

- Sintomi riconducibili ad uno stato psicofisico di stress.

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USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETIVA

Uscire dalla dipendenza, per quanto difficile e doloroso, non è comunque impossibile.  I percorsi terapeutici indicati consistono o nella terapia individuale o nella terapia di coppia.


Nel caso in cui entrambi i membri della coppia avvertano un disagio nella relazione e siano motivati a cercare una soluzione alla propria sofferenza, una terapia di coppia, ovvero un percorso terapeutico che li coinvolga entrambi, può risultare molto valido, oltre che per riflettere sulle premesse a cui si è ispirata la relazione, anche per ricontrattare e negoziare alcune regole fondamentali dello stare insieme o elaborare alcune nuove modalità di rintracciare il proprio benessere personale con o senza l’altro.


Una terapia individuale può aiutare la persona a trovare dei modi più rispettosi e dignitosi di relazionarsi a se stesso e alle figure affettive significative con cui si è instaurata la dipendenza affettiva, al fine soprattutto di evitare di ripetere gli stessi sbagli nelle relazioni in corso o in quelle future.


In entrambe le circostanze, l’aiuto di una terza persona esterna alla dinamica in atto, ovvero il terapeuta, può rivelarsi molto utile soprattutto perché si trova al di fuori di questo circolo vizioso.

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DIFFERENZE TRA LA DIPENDENZA AFFETTIVA E IL DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ (DPD)

Mentre chi soffre di un disturbo dipendente di personalità può manifestare atteggiamenti che denotano anche una dipendenza affettiva, non è detto invece che chi abbia un problema di dipendenza affettiva manifesti a sua volta un disturbo dipendente di personalità.


Infatti sussistono alcune specifiche differenze tra i due disturbi, soprattutto in relazione al fatto che, nei disturbi di personalità, i comportamenti disfunzionali adottati sono  cronici e investono molti ambiti dell’esistenza dell’individuo.


Spesso invece le persone che soffrono di una dipendenza affettiva riescono a mantenere un funzionamento sociale e lavorativo congruo e apparentemente normale, conseguendo anche dei successi visibili e potenzialmente gratificanti ma a cui la stessa persona non attribuisce il giusto valore proprio perché il suo scopo principale rimane sempre quello di ottenere l’amore della persona desiderata, obiettivo di fronte al quale ogni altro evento, per quanto positivo possa sembrare, perde di valore.


È pur vero che mantenere per lungo tempo questo stile di vita sacrificale e cieco ai propri successi, può contribuire ad un ritiro sociale e ad un atteggiamento di chiusura verso l’esterno che, con grande probabilità, minacceranno anche quegli ambiti di vita in cui, in passato, la persona aveva controllo su se stessa e sugli eventi, arrivando pertanto alla stessa situazione cronicizzata di coloro che soffrono di un disturbo dipendente di personalità.

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IL DISTURBO DI PERSONALITÀ : DEFINIZIONE

Quando parliamo di disturbo di personalità, ci riferiamo ad una “modalità di esperienza interna e di comportamento che si discosta in modo marcato dalle aspettative della cultura dell’individuo e che si manifesta in due o più delle seguenti aree: cognitività, affettività, funzionamento interpersonale, controllo degli impulsi”(Lingiardi, 2001).


Affinchè venga diagnosticato un disturbo dipendente di personalità, questo stile di vita deve presentarsi come persistente, rigido e intrudere in un’ampia gamma di situazioni sociali e personali, compromettere il funzionamento sociale e lavorativo, essere stabile per un lasso di tempo considerevole e insorgere nell’adolescenza o nella prima età adulta.


Il DSM-IV, ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali-IV edizione, classifica 10 disturbi di personalità che possono essere letti come delle distorsioni o amplificazioni dei tratti di personalità sottostanti. Simili distorsioni possono portare ad adottare un comportamento ed uno stile di vita che diventa rigido e disfunzionale da un punto di vista individuale e relazionale, confluendo in un disturbo di personalità propriamente detto.

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IL  DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ (DPD): DEFINIZIONE

Il disturbo dipendente di personalità presuppone un eccessivo bisogno di accudimento che sfocia nell’assunzione di un comportamento sottomesso e subalterno nei confronti della persona o delle persone (genitori, partners, amici …) ritenute in grado di fornire le cure e le attenzioni desiderate.


Questo bisogno comporta una totale incapacità di vivere in modo autonomo, di prendersi delle responsabilità preferendo delegare agli altri le proprie scelte e decisioni, costantemente in cerca di consigli, rassicurazioni, direttive ricercate dalla persona dipendente allo scopo di sfuggire l’autonomia, l’evoluzione personale e l’indipendenza emotiva ed affettiva.

Per mantenere questo stato di assoggettamento all’altro, si è disposti a tollerare condizioni di vita, umiliazioni, frustrazioni e prevaricazioni molto pesanti.

Il DSM-IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali-IV edizione) identifica 8 criteri diagnostici del DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITà:

1) la persona ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere un'eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni

2) ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte dei settori della sua vita

3) ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione

4) ha difficoltà ad iniziare progetti o a fare cose autonomamente (per una mancanza di fiducia nel proprio giudizio o nelle proprie capacità piuttosto che per mancanza di motivazione od energia)

5) può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli

6) si sente a disagio e indifeso quando è solo per timori esagerati di essere incapace a provvedere a se stesso

7) quando termina una relazione stretta ricerca urgentemente un'altra relazione come fonte di accudimento e di supporto

8) si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.

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Dott.ssa Maura Santandrea

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martedì, 02.06.09

Armonia di coppia: tra litigio e conflittualità

Armonia di coppia

Il benessere di una coppia, indipendentemente da quanto sia giovane la relazione, è notevolmente influenzato dalle modalità comunicative tra i partners che si instaurano fin dall’ inizio della storia.

Se è indubbio che gli aspetti comunicativi, nel corso della vita insieme, sono soggetti mutamenti, sia per contenuto che per forma degli scambi comunicativi, è pur vero che alcuni aspetti interattivi tra i due partners, presenti fin da subito, possono più o meno agevolare l’armonia della coppia.

L’armonia di coppia comprende diverse sfaccettature della relazione: l’intimità, la complicità, la sintonia, lo scambio, il confronto, la complementarietà, il sostegno, la gratificazione, l’alleanza, la fiducia….

Queste ultime due caratteristiche sono strettamente interrelate perché non può esserci una vera alleanza se non c’è un’autentica fiducia nel partner. Infatti non basta dire io mi fido di te”, ma bisogna arrivare al passaggio ulteriore, ovvero “io mi fido di te che so che ti fidi di me” (Loriedo, 2009).

Capita frequentemente che un partner percepisca nell’altro un’assenza di fiducia nei suoi confronti e, per questo, non riesce, a sua volta, a fidarsi e a creare situazioni in cui veramente ci si possa fidare di lui/lei, come in una sorta di profezia che si autoavvera.

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Armonia di coppia e tolleranza del conflitto: l’incontro


Un altro aspetto centrale nella costruzione dell’armonia di coppia è la  capacità di tollerare la presenza di un conflitto di coppia. Infatti, per armonia di coppia non intendiamo una dimensione priva di scontri o una sorta di oasi felice, ma uno “spazio noi” in cui si accettano le diversità dell’altro, si accoglie il confronto e si esprime il disaccordo come un momento di “in-contro”, non di scontro, affinché  il conflitto diventi costruttivo e la conflittualità di coppia si trasformi in un’opportunità di crescita reciproca e di riflessione.

In realtà la capacità di gestire il conflitto all’interno di una relazione di coppia consiste proprio nella possibilità di oscillare alternativamente e senza essere giudicanti, tra queste due posizioni del gioco relazionale, ovvero la posizione “IN” (come espressione di consenso) e quella “CONTRO” (come espressione di dissenso, che non equivale a rifiuto o disconferma) allo scopo di creare veramente  un momento di confronto ovvero l’ "IN-CONTRO" (Santandrea, 2009).

incontro

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Conflitto coperto e conflitto scoperto

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Questa situazione in cui ognuno “va verso” l’altro sia per manifestare disaccordo che per manifestare consenso, è possibile solo se  i due partners riconoscono  apertamente che ci sono alcuni aspetti della propria relazione che generano disagio in uno dei due o in entrambi  e solo se riescono a  portali alla luce per trovare veramente una soluzione.

I motivi che spingono i componenti della coppia a tenere questo conflitto coperto possono essere molteplici: a volte si pensa che, sollevando certe problematiche, possa rompersi l’equilibrio esistente, altre ancora si teme di generare reazioni esagerate che possano avere conseguenze spiacevoli……

I conflitti all’interno della relazione di coppia possono riguardare diversi aspetti della vita insieme: i rapporti con i figli; l’ingerenza dei propri genitori o di altri membri della famiglia d’origine; la percezione che altre persone, parenti o meno, non rispettino i confini della coppia e si comportino in modo giudicante, intrusivo  o vogliano avere potere sulle decisioni della coppia; la sensazione di non ricevere il sostegno del partner quando si viene attaccati da altre persone; la constatazione che l’altro non si assume le dovute responsabilità in merito alla gestione della casa o dei conti e che deleghi completamente o costantemente al partner; l’ impressione che l’intimità non sia qualitativamente o quantitativamente soddisfacente; la percezione che l’altro non rispetti o non permetta che il partner abbia dei propri  spazi individuali…….

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Il conflitto nelle interazioni quotidiane


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Tutti questi aspetti, se non adeguatamente sollevati nel rapporto di coppia, rischiano di generare un malcontento che non viene espresso chiaramente e direttamente, ma che resta in incubazione e traspare sotto altre forme o in altre vie durante le interazioni quotidiane, attraverso altri piccoli comportamenti ostili che contribuiscono a mal disporre il partner in quanto si sente aggredito, trattato male o prevaricato senza conoscerne precisamente il motivo, quasi stesse subendo una cattiveria gratuita. Questa dinamica presuppone l’instaurarsi di un circolo vizioso per cui ognuno si sente legittimato ad essere scortese o brutale con l’altro, lacerando ancora di più il legame di coppia.

La frequenza di queste interazioni caratterizzate da impliciti rimproveri e rancori, finalizzate ad evidenziare delle mancanze nel comportamento del partner, ha lo scopo di esasperare sempre di più la conflittualità sterile del rapporto, che è connotata negativamente proprio perché non è esplicita e perché è quella più pericolosa per la salute della coppia.

In questi casi, di fronte alle critiche del partner, l’altro gioca a rialzo adottando un ulteriore atteggiamento accusatorio che spesso non si manifesta sul momento, ma che non mancherà a presentarsi in tutte quelle circostanze che lo permettano e che apparentemente non hanno nulla a che fare con il motivo del contrasto iniziale. Nei casi più gravi, tra i due si instaura un’escalation simmetrica difficile da arginare, in grado di alimentare una forte rabbia, ostilità e aggressività.

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Saper litigare nella coppia

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Lo psicologo statunitense John Gottman, dell'Università di Washington, dopo anni di ricerche  sulle relazioni di coppia, che hanno visto protagoniste numerosissime coppie americane, con differenti caratteristiche, è giunto alla conclusione che il problema non è il fatto di litigare ma il “come” si litiga. Egli individua   quattro aspetti relazionali della comunicazione che producono litigi fine a se stessi e affatto costruttivi:


1)la critica generalizzata che investe ogni azione fatta dall’altro


2) il mettersi sulla difensiva ogni volta che l’altro fa un’osservazione e questo atteggiamento porta a negare ogni responsabilità nelle situazioni


3) il disprezzo verso quanto dice o fa l’altro, espresso attraverso sarcasmo, derisione, scherno


4) il muro di gomma, ovvero il “finto sordo” che reagisce con indifferenza alle obiezioni mosse dal partner

Al contrario invece, le coppie stabili e affiatate, gestiscono i propri litigi accompagnandoli con  scuse, umorismo o gesti che rinsaldano l’armonia. In queste coppie infatti, i partners hanno più frequentemente atteggiamenti che esprimono conferma verso l’altro, comportamenti riparatori dopo le discussioni, gesti che evocano affettività e intimità.

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In molti casi la terapia di coppia permette di individuare le caratteristiche di questi schemi relazionali che minacciano l’armonia di coppia e che, ripetendosi nel tempo, si incistano così profondamente nel rapporto che i partners, da soli, senza l’aiuto di un consulente esterno, non riescono più a sradicarli per permettere al rapporto di rifiorire, tornando ad innaffiarlo e a prendersene cura come un fiore delicato di cui si ricerca ancora il profumo.

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Dott.ssa Maura Santandrea

www.psicologi-roma.com

sabato, 28.02.09

Il cambiamento nella crisi di coppia

Molte coppie arrivano in terapia esprimendo una forte esigenza di cambiare il proprio rapporto, vissuto come poco appagante, colmo di incomprensioni, tensioni, malcontento. Inevitabilmente una relazione di coppia insoddisfacente o frustrante può minare l' armonia della coppia e la serenità dei partners sia quando si è insieme all’altro, sia quando si è lontani.

Dentro e fuori dalla coppia

Lo spazio mentale e affettivo-relazionale al di fuori del rapporto esclusivo con il proprio partner, può essere vissuto da ognuno in modo diverso: mentre alcuni sono pervasi da sentimenti di sconforto, rabbia, delusione anche al di fuori della coppia, tanto che la stessa sfera lavorativa e relazionale ne viene compromessa, altri invece riscoprono di possedere una propria vitalità ed entusiasmo solo al di fuori dalla relazione di coppia, vissuta di conseguenza come castrante, appiattente e involutiva. A volte è molto doloroso avvertire la sensazione che nella relazione con il proprio partner la nostra vitalità si annulla: rientrare in casa e in coppia diventa sempre più pesante e la distanza emotivo-affettiva si amplifica.

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Il bisogno di cambiamento

Alcuni partners cominciano ad avvertire in modo sempre più impellente l’esigenza di un cambiamento radicale in quanto vivono un evidente disagio di coppia ma, nonostante la consapevolezza del malessere, non sanno in che maniera poter cambiare la situazione, da dove poter cominciare, cosa potersi aspettare, dove poter arrivare.  Spesso le fantasie che ognuno matura in merito ad un ipotetico cambiamento (proprio, altrui o della coppia), si scontrano con quelle dell’altro o vengono fraintese a causa di una modalità comunicativa poco propensa all’ascolto ed un atteggiamento di stanchezza e sfiducia verso l’altro  che, inevitabilmente, acuisce l’incomprensione e il conflitto.

La richiesta di “cambiamento del rapporto” spesso nasce proprio dalla constatazione che i “cambiamenti personali” non coincidono con quelle che, fino ad un dato momento, sono state le esigenze della coppia: le differenze tra i bisogni individuali di ognuno sembrano diventare sempre più incolmabili e gli stessi valori su cui si fondava la relazione di coppia vengono messi fortemente in discussione. Nessuno dei due si riconosce più nell’altro e nel rapporto. A volte si scopre che la direzione data alla relazione fino a questo momento, forse  non era nemmeno un obiettivo condiviso e vengono a mancare quei punti di riferimento mai contestati prima: la condivisione, la complicità, l'intimità, la fiducia, la stabilità. Può capitare che mentre uno pensava di camminare affianco all’altro, questi invece si è sempre sentito da solo; o magari entrambi hanno vissuto dei momenti della vita insieme nell’illusione di perseguire gli stessi obiettivi.

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Differenze di ruoli nella coppia

In alcuni casi i partners diventano consapevoli dello sbilanciamento dei ruoli di ognuno nella costruzione e gestione della loro relazione: mentre uno può essere percepito come colui che ha  guidato e direzionato  da solo la coppia, quello che ha  scelto per entrambi, che ha pianificato, quello più competente; l’altro invece sembra essere quello che ha perennemente delegato, che non ha mai avuto la responsabilità di scegliere, quello che si è appoggiato sulla determinazione dell’altro o si è lasciato condurre passivamente….
Spesso queste percezioni che ognuno dei due può avere nei confronti dell’altro, emergono allo scoperto solo quando la crisi è conclamata, come se fossero rimaste in incubazione per tutto questo tempo, mentre il rapporto lentamente si logorava e i protagonisti erano spettatori inconsapevoli o inabili ad intervenire. E infatti non è sempre facile intervenire prima di giungere alla rottura perché non è sempre facile trovare un modo costruttivo ed indolore per mettere in discussione un rapporto in cui ognuno ha investito affettivamente per lungo tempo, arrivando magari anche a costituire una famiglia.

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Le strade del cambiamento

In una situazione così complessa i partners desiderano quanto prima un cambiamento ma essi stessi sono confusi e mentre a volte non sanno quale direzione prendere, altre volte sono consapevoli di quale sarebbe la scelta migliore ma non riescono a concretizzarla per paura di ferire eccessivamente l’altro: alcuni vorrebbero che il proprio partner cambiasse in modo tale da riaccendere il proprio desiderio; altri vorrebbero allontanarsi momentaneamente, in attesa che avvenga “qualche cosa” che influenzi la situazione, se stessi o l’altro; altri ancora hanno così tanta paura di perdere la persona amata che sarebbero disposti ad accettare qualsiasi condizione…..

A volte queste spiacevoli circostanze ci offrono l’opportunità di ricordare che, ancor prima di essere un “noi” siamo un “io” e un “tu” e che, proprio queste due entità hanno costruito le basi del “noi” attraverso un lavoro fatto insieme. Nei momenti di crisi della coppia, qualora  veramente si voglia perseguire un cambiamento, allora sarebbe utile che ognuno riconoscesse le proprie responsabilità sulla vita di coppia: quello che nel tempo si è scelto di dire o di non dire, quello a cui si è acconsentito o meno, quello che si è preteso o rifiutato. Un cambiamento di coppia è auspicabile solo se ogni partner ha come obiettivo il proprio cambiamento personale, ancor prima di bramare il cambiamento dell’altro.


Gli sforzi che ognuno decide di fare per se stesso e quindi, di conseguenza, anche per il rapporto di coppia, influenzeranno il percorso della relazione. Saranno le scelte di ogni partner a condizionare l’esito della relazione di coppia: evoluzione, stallo, rottura, involuzione.
Una totale intolleranza verso il modo di essere dell’altro tanto da arrivare a rifiutare la diversità e ad esigere solo il cambiamento del partner, raramente porta a risultati duraturi, maturi e forieri di serenità nel rapporto.
Il lavoro dovrebbe essere svolto a quattro mani o più, se aggiungiamo anche le mani dei terapeuti che, soprattutto nei momenti di crisi, possono rivelarsi di grande aiuto.

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L’influenza della propria storia personale

Ognuno giunge all’appuntamento con il partner con un proprio bagaglio parsonale, una propria storia fatta di problemi risolti ma anche di molti problemi non risolti.  A volte si cade nella tentazione di pensare che l’altra persona possa fornirci la soluzione o addirittura che la coppia possa essere la soluzione ai nostri problemi: non è casuale che sia stata proprio quella particolare persona ad attrarre la nostra attenzione e ad avere in sé ciò di cui noi, in quel dato momento, necessitavamo. A volte, pretendendo esclusivamente il cambiamento dell’altro, rischiamo di diventare ancora più ciechi rispetto a quegli aspetti di noi che ancora soffrono e che aspettano di evolversi, “da soli” o magari “al fianco” della stessa persona che li ha condivisi con noi per tutto questo tempo.

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La comunicazione di coppia

In questo processo di crescita personale ma anche reciproca, gioca un ruolo fondamentale la possibilità di instaurare una comunicazione scevra dalla paura di esprimere le proprie volontà e le proprie esigenze, una comunicazione autentica che abbia come principale ingredienti un ascolto sincero e un rispetto genuino verso l’altro. Una comunicazione di coppia che permetta realmente di “com-prendere”, ovvero “prendere insieme”, dei nuovi significati su cui fondare un nuovo incontro e un nuovo rapporto; una comunicazione di coppia che non aspiri necessariamente al consenso uniformante da parte dell’altro, consenso che, se eccessivamente bramato, rischia di appiattire diversità che potrebbero invece rivelarsi arricchenti e stimolanti;che non sia scevra da litigi ma che presupponga anche il "saper litigare" in coppia,una comunicazione di coppia che  punti principalmente alla condivisione.

 

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Dott.ssa Maura Santandrea

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sabato, 27.12.08

Psicoterapia di coppia

La psicoterapia di coppia è una forma di terapia in cui si lavora prevalentemente sulla relazione  e, proprio per questo motivo, l’approccio che maggiormente si presta ad un simile percorso  è quello sistemico relazionale che focalizza la sua attenzione su tutti quei meccanismi, all'interno delle relazioni tra persone, che producono dei comportamenti significativi.

In questi ultimi anni la psicoterapia di coppia è diventata un’esigenza sempre più comune: molte persone si sentono paralizzate da tutta una serie di problematiche, presenti all’interno della loro relazione, che conferiscono un profondo stato di malessere ad entrambi e a cui, da soli, per quanti sforzi  si facciano, non riescono a trovare una soluzione efficace.

Il costante aumento di tale fenomeno è dovuto al fatto che è cresciuta la sensibilità verso certi aspetti complessi e diffusi che caratterizzano le relazioni di coppia: i ruoli maschili e femminili non sono più ben definiti come prima e ingenerano negli individui disorientamento e confusione; l’eccessiva presenza o l’assenza della propria famiglia d’origine esercita un peso non trascurabile sulla coppia; l’ educazione dei figli spesso si trasforma in una sfida che mette a dura prova il legame tra i genitori.

La modalità di relazionarsi dei due partners può diventare sempre più aggressiva e litigiosa o sfociare in una progressiva forma di allontanamento che ha come risultato l’indifferenza, nell’illusione che quest’ultima ci permetta di soffrire di meno. Ogni piccolo gesto o parola diventa fonte di malcontento o un pretesto di litigio e la quotidianità, in tutte le sue manifestazioni, comincia a trasformarsi in disagio, intolleranza, insoddisfazione.

In altre circostanze, invece, uno o entrambi i partners si ritrovano a non essere più coinvolti emotivamente dall’altro, a perdere interesse per la persona che hanno affianco senza capire come siano arrivati a questa situazione, eppure non riescono a staccarsi da colui o colei  che fino a quel momento hanno amato. L’altro non è visto più con gli stessi occhi, si comincia a diventare insofferenti verso qualsiasi manifestazione del carattere del partner e il legame risulta sempre più compromesso.

Alcune coppie hanno consapevolezza del proprio disagio e ciò le spinge a maturare una richiesta d’aiuto congiunta che consenta di intraprendere un percorso terapeutico insieme.

In molti casi, le difficoltà della vita insieme, insorgono durante periodi in cui la coppia va incontro a cambiamenti fisiologici, ovvero nel passaggio dal fidanzamento al matrimonio, durante la nascita dei figli, l’ educazione dei figli, nell’affrontare scelte di vita impegnative (la lontananza/vicinanza dalla rispettive famiglie d’origine, un investimento importante, coltivare interessi personali che richiedono di passare più tempo fuori casa, un trasferimento per motivi di lavoro, ….), di fronte al pensionamento, ad un grave lutto……e allora la coppia può scegliere di farsi carico del suo disagio e rivolgersi ad uno specialista.

Capita anche frequentemente che le coppie chiedano di essere aiutate nel loro ruolo di genitori: di fronte a bambini o adolescenti che mettono in crisi le competenze genitoriali suscitando nei coniugi un forte senso di impotenza, frustrazione, rabbia. In queste circostanze, scegliere di cominciare un percorso di coppia, può avere risvolti positivi su tutta la famiglia, migliorando la qualità delle relazioni all’interno di tutto il nucleo familiare, oltre al benessere individuale.

In altre situazioni invece,le coppie possono necessitare di un aiuto nella gestione del rapporto con le proprie famiglie d’origine magari troppo intrusive nella vita dei due partners. Anche in questo caso, una psicoterapia di coppia può costituire un valido aiuto in grado di influenzare favorevolmente i rapporti con i rispettivi parenti.

 

La richiesta d’aiuto congiunta o di coppia costituisce un segno della volontà di arginare un processo degenerativo in corso all’interno della relazione. Accade frequentemente che uno dei due partners, prima di arrivare a proporre una psicoterapia di coppia, abbia tentato di risolvere il suo disagio attraverso un percorso individuale ma, nonostante questa esperienza possa aver prodotto una qualche forma di consapevolezza rispetto alla situazione, non è riuscita a risolvere le problematiche inerenti alla coppia. Questo fenomeno è spiegabile con il fatto che il “luogo” migliore per lavorare sulla relazione di coppia è proprio la coppia ovvero la presenza, in terapia, di ambedue gli individui coinvolti nel rapporto, poiché sono proprio loro due che danno vita a quel tipo di legame. La soluzione interpersonale ad un malessere della coppia diventa senza ombra di dubbio la strada più adatta ed efficace.

 

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Dott.ssa Maura Santandrea

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sabato, 06.12.08

Problemi di comunicazione nella coppia

Sempre più persone chiedono una terapia a causa di problemi di comunicazione  nella loro vita di coppia, problemi che spesso generano malintesi, conflitti e un progressivo allontanamento reciproco.
Le persone vengono in terapia con la consapevolezza che manca qualcosa di importante nella loro relazione: un collante, una componente che li aiuti a ricostruire la dimensione dell’intimità e della comprensione. A volte capita che un partner, dopo svariati tentativi, reputi ormai inutile continuare a cercare uno spazio di confronto con l’altro e si distacchi sempre di più, evitando i momenti di condivisione, sviluppando una sorta di “istinto di sopravvivenza” che lo porta a puntare, suo malgrado, solo sulle proprie forze, sulle proprie risorse, come se l’altro fosse ormai superfluo anzi, solamente fonte di dispiacere in quanto non riesce a comprendere i bisogni di chi gli sta vicino. Ognuno dei due si costruisce una nicchia appartata in cui vive in solitudine, separato dall’altro ma ancora ufficialmente insieme, senza un vero dialogo, senza uno scambio autentico.

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Generalmente, all’inizio di un rapporto, durante la fase dell’innamoramento, ognuno sembra particolarmente disposto a parlare e ad ascoltare, a farsi conoscere e a voler conoscere l’altro, in modo più spontaneo e naturale. Lo spazio che la coppia si ritaglia per affrontare la dimensione del “noi” è ricercato con maggior impegno. Col trascorrere del tempo, questo spazio si riduce progressivamente, a causa di impegni apparentemente più incombenti; la comunicazione si fa più essenziale e, nonostante alcuni partners continuino a comunicare “tra loro”, comunicano sempre meno “su di loro”, sui loro vissuti in rapporto con l’altro, sui loro stati d’animo, sui loro desideri….

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Alcune persone trascorrono anni in questo silenzio e nel frattempo crescono in solitudine, maturano separatamente l’uno dall’altro e ogni volta che la loro vita di coppia fa incrociare i loro percorsi, si riscoprono vicendevolmente più diversi, scoprono l’altro sempre più distante dalla persona che era all’inizio della loro storia, più lontano dall’idea che uno aveva dell’altro, dalle aspettative e dalle speranze che alimentavano il desiderio di fare un percorso di vita insieme e perseguire un progetto comune.  Ci si sente traditi, illusi, delusi, quasi ingannati.

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Questo accade quando  due partners crescono “uno accanto all’altro” ma “non con l’altro”, nel frattempo  i loro pensieri si evolvono, il loro mondo interiore si complessifica, le loro esigenze mutano, la loro visione della vita si arricchisce ma la persona che hanno accanto non ne è a conoscenza e spesso ciò accade proprio perchè non c’è più uno “spazio-noi” in cui comunicare questi cambiamenti o essere recettivi a quello che l’altro cerca di comunicarci. Si può incorrere nel rischio di dare per scontato che l’altro sappia cosa generi il nostro piacere o dispiacere, come dovrebbe comportarsi per farci stare bene oppure si può cadere nell’errore di pensare che non ci sia bisogno di comunicare i nostri pensieri, tanto “l’ altro può capirmi anche se non parlo”! Quando ci si rende conto che tutto ciò che noi avevamo supposto non accade e che l’altro non è in grado di comprendere le nostre esigenze, allora subentra un profondo senso di rabbia, frustrazione, delusione perché assumiamo la consapevolezza che l’altro non ci conosce come noi vorremmo e che noi stessi non conosciamo abbastanza la persona che abbiamo vicina: molti gesti sottintesi, finiscono per diventare malintesi.

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La comunicazione utile ed efficace, all’interno di un rapporto, presuppone due dimensioni indispensabili:
1) riuscire ad esprimere    le  proprie emozioni, esigenze personali e di coppia in modo comprensibile per l’altro, sia a livello verbale che non verbale, attraverso comportamenti e gesti significativi ed eloquenti;
2) riuscire a  comprendere i bisogni e le emozioni dell'altro attraverso un atteggiamento di ascolto e osservazione reali, in assenza di quella dose di  pregiudizio che ostacola l’accettazione sincera del modo di essere dell’altro.


Questi aspetti della comunicazione della coppia non sono semplici da perseguire, soprattutto perché bisogna mantenere una costante attenzione sulla salute del rapporto attraverso interessamento reciproco e impegno nel desiderio di voler esprimere se stessi e comprendere l’altro.
Quando queste risorse sono arrugginite ormai da  lungo tempo, a volte è difficile ristabilire una comunicazione che assicuri un contatto genuino con la persona amata e spesso la presenza  di un professionista esterno alle dinamiche di coppia, un terapeuta, riesce ad aiutare i partners a riappropriarsi delle proprie capacità comunicative e relazionali e a ristabilire una relazione equilibrata e rispettosa dei vissuti di ognuno.

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Dott.ssa Maura Santandrea

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domenica, 30.11.08

Il tradimento e la crisi di coppia

La vita di coppia può essere sconvolta da eventi più o meno prevedibili che hanno il potere di generare una vera e propria frattura tra i partners, molto difficile da tollerare e altrettanto dolorosa da affrontare. Uno di questi eventi è il tradimento.


Alla scoperta di un tradimento, spesso la coppia reagisce con modalità che mettono a dura prova la stabilità di ogni membro: un alto livello di stress, reazioni aggressive,comportamenti caotici, incapacità nella gestione della propria rabbia, senso di frustrazione e umiliazione, smarrimento, pensieri ossessivi.

Ogni partner attribuisce all’altro degli atteggiamenti irrazionali, la comunicazione diventa problematica e incomprensibile, l’altro viene percepito come un estraneo in quanto attua condotte  insolite e indecifrabili.


La frattura, nella coppia, è dovuta soprattutto alla sensazione che siano venute meno le premesse di base su cui si fonda una relazione impegnata. Il tradimento ha minacciato la stabilità, la sicurezza, la fiducia, la reciprocità, il progetto comune, le certezze costruite insieme, la lealtà…….


A volte i partners si stupiscono delle loro stesse reazioni: coloro che, all’inizio della relazione di coppia, avevano giurato che, se avessero  subito un tradimento, avrebbero sciolto il legame, ora invece, davanti al fatto compiuto, non riescono ad andarsene; coloro che, all’inizio della storia, affermavano che la loro relazione era più importante di qualsiasi scappatella, ora invece, alla scoperta dell’infedeltà, se ne vanno di casa senza esitazione.


Eventi di questo tipo possono costituire dei fattori molto destabilizzanti per il benessere psico-fisico di ognuno e, quando sono presenti dei figli, possono ripercuotersi notevolmente anche sulla salute della prole.


I sintomi di stress all’interno della coppia, a volte possono manifestarsi anche prima della crisi conclamata e il tradimento può diventare l’esito finale di un disagio presente da tempo.


I fattori in grado di  contribuire a questa rottura sono diversi e dipendono dalla storia della coppia, dal contesto di vita, dalla personale capacità di tollerare lo stress o risolvere i problemi, dalla fase della vita che si attraversa.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante, infatti i motivi che spingono una coppia di mezza età al tradimento, potrebbero essere ben diversi da quelli presenti in una coppia più giovane. Tra l’altro, quando si tratta di coppie con figli, le variabili che incidono su questa scelta sono ancora più complesse.


Generalmente in una coppia con figli piccoli, la donna è molto impegnata, più o meno volontariamente, nell’accudimento dei bambini e, in alcune circostanze, questa esclusività di relazione tra madre e figlio, può portare l’uomo a sentirsi solo,  trascurato, svalutato, mina la sua autostima e può condurlo a cercare fuori dalla relazione coniugale ciò che gli è venuto a mancare.


Ben diversa è la situazione in cui c’è assenza di  figli o la prole è cresciuta. Nel primo caso entrambi i partners sono più inclini a valorizzare la realizzazione personale, avvertono un minor numero di vincoli all’interno della relazione; nel secondo caso, i genitori abituati al sacrificio della propria felicità per quella dei figli, potrebbero scoprirsi non più così disposti ad adottare quest’ottica sacrificale e pensare maggiormente al proprio benessere. È pur vero che, una crisi extraconiugale in questa fase della vita, influenza severamente la stabilità emotivo-affettiva della persona tradita, generando un forte senso di impotenza e paura per il futuro.


Gli altri agenti che possono portare al tradimento, riguardano modalità relazionali che, nel corso del tempo, possono aver gravato sulla costruzione di un rapporto autentico, intimo, comprensivo.

Ad esempio:

- la tendenza a lasciare i conflitti aperti e irrisolti

- il sacrificio dell’autenticità o delle proprie esigenze personali, allo scopo di dare vita ad un’unione ideale che, in apparenza,  rasenta la perfezione

- l’evitamento dei conflitti o del disaccordo perché convinti  che possano logorare il rapporto

- l’insoddisfazione protratta nei rapporti sessuali che vengono  vissuti come poco gratificanti o assenti

- l’evitamento dell’intimità che, di conseguenza, ostacola la condivisione, la complicità e favorisce l’alienazione dalla vita di coppia

- l’assenza di solidi confini che preservino la coppia da    ingerenze esterne (amicali o familiari)

- l’assenza di specifici spazi e tempi che appartengano solo alla coppia, lontani dall’intromissione costante di pensieri rivolti ai figli o al lavoro 


La terapia di coppia, in questi casi, fornisce un adeguato spazio di contenimento ed elaborazione dei molteplici fattori che portano alla spaccatura della coppia. A volte il tradimento può costituire un elemento che, per quanto doloroso, permette una rinegoziazione delle regole all’interno del rapporto, aprendo nuovi canali comunicativi tra i partners e favorendo la tendenza ad attingere a nuove risorse del legame.

La relazione può fare un salto di qualità, sia nel caso in cui si decida di restare insieme, sia nel caso contrario.  La terapia di coppia aiuta ogni membro ad esprimere le proprie autentiche esigenze e ad accogliere in modo nuovo quelle dell’altro, costruendo un rapporto basato su una reciprocità più genuina, fondata su scelta e responsabilità.

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Dott.ssa Maura Santandrea

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Separazione e affidamento condiviso (Legge 54/2006)

Le legge 54 del 2006 sull’affido condiviso si presentava da subito come un provvedimento innovativo in materia di separazione.
Alcune disposizioni  proposte dalla legge, fin dall’inizio, risultarono particolarmente sensibili al benessere dei figli ma anche alla possibilità, da parte dei genitori, di esercitare la loro funzione in modo più completo, nonostante il cambiamento del rapporto con il proprio partner

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Lo spirito che anima questa legge mira soprattutto alla responsabilità genitoriale condivisa o bigenitorialità allargata, in base alla quale al minore vengono offerte condizioni più favorevoli e agevolanti per poter frequentare entrambi i gruppi familiari .

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Tra le altre novità della legge sull’affidamento condiviso, è anche contemplato il ricorso all’istituto della mediazione familiare da integrare con il percorso giudiziario: la figura professionale del mediatore familiare ha lo scopo di aiutare la coppia a ridurre la conflittualità, dove è presente, durante e dopo il processo di separazione, conflittualità che spesso ostacola la lucidità necessaria per  prendere decisioni conseguenti al nuovo assetto familiare.

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Riportiamo qui di seguito il testo integrale della legge, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 50 del 1° marzo 2006 . Di questo testo abbiamo sottolineato i punti che riteniamo importanti.


                   LEGGE 8 FEBBRAIO 2006, N. 54

"DISPOSIZIONI IN MATERIA DI SEPARAZIONE DEI GENITORI E AFFIDAMENTO CONDIVISO DEI FIGLI"
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 50 del 1° marzo 2006


  
Art. 1.
(Modifiche al codice civile)
    1. L’articolo 155 del codice civile è sostituito dal seguente:
    «Art.    155. – (Provvedimenti riguardo ai figli). Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

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    Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole.


    La potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente.


    Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:
        1) le attuali esigenze del figlio;
        2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
        3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
        4) le risorse economiche di entrambi i genitori;
        5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.


    L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.
    Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi».


    2. Dopo l’articolo 155 del codice civile, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, sono inseriti i seguenti:
    «Art. 155-bis.(Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso).
Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.
    Ciascuno dei genitori può, in qualsiasi momento, chiedere l’affidamento esclusivo quando sussistono le condizioni indicate al primo comma. Il giudice, se accoglie la domanda, dispone l’affidamento esclusivo al genitore istante, facendo salvi, per quanto possibile, i diritti del minore previsti dal primo comma dell’articolo 155. Se la domanda risulta manifestamente infondata, il giudice può considerare il comportamento del genitore istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse dei figli, rimanendo ferma l’applicazione dell’articolo 96 del codice di procedura civile.


    Art. 155-ter.(Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli). I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo.


    Art. 155-quater. – (Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza). Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643.
    Nel caso in cui uno dei coniugi cambi la residenza o il domicilio, l’altro coniuge può chiedere, se il mutamento interferisce con le modalità dell’affidamento, la ridefinizione degli accordi o dei provvedimenti adottati, ivi compresi quelli economici.


    Art. 155-quinquies. – (Disposizioni in favore dei figli maggiorenni). Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto.
    Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.


    Art. 155-sexies. – (Poteri del giudice e ascolto del minore). Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento.
    Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli».

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Art. 2.
(Modifiche al codice di procedura civile)
    1. Dopo il terzo comma dell’articolo 708 del codice di procedura civile, è aggiunto il seguente:
    «Contro i provvedimenti di cui al terzo comma si può proporre reclamo con ricorso alla corte d’appello che si pronuncia in camera di consiglio. Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione del provvedimento».


    2. Dopo l’articolo 709-bis del codice di procedura civile, è inserito il seguente:
    «Art. 709-ter. – (Soluzione delle controversie e provvedimenti in caso di inadempienze o violazioni). Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all’esercizio della potestà genitoriale o delle modalità dell’affidamento è competente il giudice del procedimento in corso. Per i procedimenti di cui all’articolo 710 è competente il tribunale del luogo di residenza del minore.


    A seguito del ricorso, il giudice convoca le parti e adotta i provvedimenti opportuni. In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:
        1) ammonire il genitore inadempiente;
        2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;
        3) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
        4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.
    I provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari».

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Art. 3.
(Disposizioni penali)
    1. In caso di violazione degli obblighi di natura economica si applica l’articolo 12-sexies della legge 1º dicembre 1970, n. 898.

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Art. 4.
(Disposizioni finali)
    1. Nei casi in cui il decreto di omologa dei patti di separazione consensuale, la sentenza di separazione giudiziale, di scioglimento, di annullamento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio sia già stata emessa alla data di entrata in vigore della presente legge, ciascuno dei genitori può richiedere, nei modi previsti dall’articolo 710 del codice di procedura civile o dall’articolo 9 della legge 1º dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, l’applicazione delle disposizioni della presente legge.


    2. Le disposizioni della presente legge si applicano anche in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonchè ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati.

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Art. 5.
(Disposizione finanziaria)
    1. Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

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Dott.ssa Maura Santandrea

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La depressione nella coppia

Alcuni eventi della vita possono portare la coppia a confrontarsi costantemente con la depressone di uno dei due partners e assistere impotenti al perdurare del disagio sperimentato dalla persona amata e, di conseguenza, alla compromissione del benessere della vita di coppia, familiare e sociale.


Una depressione può insorgere per diversi motivi ed è difficile stabilire una causa ben precisa. Ci sono però alcuni eventi che potrebbero scatenare una reazione di tipo depressivo: un lutto significativo, il sopraggiungere di una malattia, l’isolamento sociale, un trasloco o un trasferimento in un altro paese/città, un vissuto traumatico, la presenza di conflitti cronici sul posto di lavoro, eventi post-partum o la neogenitorialità, l’ abuso di alcool e droghe, la perdita del lavoro, improvvise difficoltà economiche, i conflitti coniugali o le incomprensioni prolungate tra i partners..........


Le persone che hanno a che fare con la depressione propria o di un congiunto, sono costretti a fare i conti con rilevanti costi emotivi (disperazione, sofferenza, dolore, impotenza.....); costi fisici (malattie e disturbi di varia entità, frequenti visite mediche); costi sociali (ritiro sociale, conflitti coniugali e familiari, perdita delle capacità genitoriali, divorzi, perdita di affetti importanti…..)

Il partner depresso generalmente manifesta:


• un evidente abbassamento del tono dell’umore


• una sorta  di anestesia  affettiva, per cui  c’è incapacità a provare un’adeguata risonanza affettiva ed emotiva


• l’anedonia, ovvero una forma di  "anestesia organica" che porta al disinteresse per il piacere (ad esempio i piaceri del cibo, del sesso, del sonno) e che è accompagnata da  insonnia o ipersonnia, astenia e perdita della libido


• un atteggiamento costante di rinuncia dovuta al sentire di non avere i mezzi per affrontare le situazioni che vengono percepite come immodificabili


• un marcato senso di impotenza verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo in generale


• un forte senso di colpa e rovina


• la perdita del gusto


• demoralizzazione , scoraggiamento, avvilimento, tristezza


• la percezione di non ricevere aiuto


• la percezione che il tempo ristagni


• la pesantezza del corpo che conduce all’immobilità

Uno studio di Janowsky e coll. , ipotizza che : “I sentimenti del partner non depresso  verso quello depresso sono un insieme di rabbia per la stretta dipendenza che instaura, simpatia per la sofferenza del paziente ed occasionale senso di colpa per aver contribuito personalmente alla sua depressione... Il partner “sano”, oltre la rabbia e ai sensi di colpa…… si rende conto di essere importante per l’altro e necessario alla soddisfazione dei suoi bisogni”.


Sembra infatti che ci sia  un’ elevata correlazione tra disturbo depressivo e conflitti coniugali, nel senso che la persona depressa risulta essere particolarmente vulnerabile agli stress della vita di coppia. Diversi studi hanno dimostrato l’alta incidenza della depressione tra individui sposati o divorziati: nelle donne si manifesta preferenzialmente durante il matrimonio, negli uomini dopo la separazione.

Quando in una coppia è presente un’alta conflittualità, questa potrebbe predisporre l’episodio depressivo o essere una conseguenza di questo ma, comunque, il disaccordo nella coppia viene esasperato dall’insorgere della depressione e viceversa.

La presenza di una forma di depressione all’interno della relazione di coppia, mette a dura prova entrambi i partners che spesso sentono, ognuno in modo diverso, la responsabilità dello “stato di salute” della relazione. Infatti ogni partner cerca di impegnarsi, nella misura in cui gli è possibile, ad andare nella direzione dell’altro senza però riuscire a migliorare il rapporto. L’assenza di risultati concreti, nonostante gli sforzi compiuti, costringe la coppia a confrontarsi costantemente con la propria impotenza e aumenta la percezione di ognuno di essere incompreso dall’altro, di non essere valorizzato nei tentativi compiuti per risollevare la situazione, di essere inadeguato. La sensazione di avere un legame sempre più a rischio diventa pervasiva e alimenta ulteriormente la percezione di instabilità come in un circolo vizioso.

La terapia di coppia permette ai partners di canalizzare le proprie risorse nella direzione più utile, ristabilire un livello comunicativo intimo che eviti le incomprensioni e permetta ad ognuno di esprimere i propri vissuti in base alle proprie personali esigenze e possibilità e in base a ciò che ognuno è disposto ad offrire e condividere con l’altro.

Dott.ssa Maura Santandrea

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Il matrimonio e la genitorialità: quando la famiglia mette in crisi la coppia

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una crescente pluralizzazione del modo di essere coppia: coppia di fatto, coppia omosessuale, coppia aperta, coppia monogamica, coppia ricostituita….Tra i vari stili permane quello del matrimonio, anche se la crescente provvisorietà delle relazioni intime dovuta all’altrettanto crescente complessificazione della società, hanno inciso sul calo dei matrimoni.

Un simile passo costituisce un momento di transizione che mette allo scoperto la qualità della relazione, le dinamiche sottostanti sia alla coppia sia a tutta la famiglia allargata.

Alcuni meccanismi di interazione presenti all’interno della coppia possono essere il frutto di modelli appresi  osservando lo stile relazionale dei propri genitori oppure il frutto di modelli adottati per evitare un simile stile relazionale.

 Queste scelte si manifestano sia nel ruolo di coniugi che nel ruolo di genitori e determinano sia l'insieme di regole che stanno alla base del'interazione dei partners e del loro modo di essere una coppia, ovvero il patto coniugale (Cigoli, 1998), che l'insieme di regole che stanno alla base del loro modo di essere genitori, ovvero il patto genitoriale, quest’ultimo nella coppia con figli.

Ogni transizione costituisce un passaggio importante da una condizione conosciuta ad una ignota  e permette di rielaborare i rapporti tra familiari attribuendo nuovi significati, nuove possibilità di espressione, nuovi obiettivi. Le transizioni possono essere  innescate dalle naturali fasi del ciclo vitale come il matrimonio, la nascita o l’adozione dei figli, la perdita di un proprio caro…. e costituiscono dei momenti intorno ai quali riorganizzarsi in modo più o meno costruttivo e più o meno ripetitivo.

Esse rappresentano un’ opportunità per comprendere quanto i nostri schemi di funzionamento siano funzionali, siano il frutto di una sintesi personale o di una riproposizione di qualcosa di conosciuto nelle generazioni precedenti e da esse appreso.

Queste tappe vitali potrebbero generare una crisi familiare o magari una crisi di coppia che permette di svelare come funziona la struttura familiare allargata, i mandati familiari, i miti a cui si ispira la cultura familiare, il modo in cui avviene lo scambio generazionale.

Ogni salto evolutivo è caratterizzato,  consapevolmente e inconsapevolmente, da obiettivi e aspettative che potrebbero essere disattesi. Ad esempio il matrimonio può portare con sé aspettative di autonomia e indipendenza dalla famiglia nucleare; bisogno di intimità e complicità; condivisione di un progetto di vita comune; desiderio di diventare genitori e quetse fantasie non sempre si realizzano nel modo in cui si desiderava.

Allo stesso tempo anche la generazione precedente può nutrire aspettative verso il matrimonio dei propri figli: la possibilità di diventare nonni, di sentirsi più o meno utili alla vita dei neogenitori, di avere una discendenza, di esercitare nuovamente potere sui propri figli…..

Tutti questi vissuti in merito al matrimonio spesso possono scontrarsi e creare tensione nel sistema familiare allargato (genitori, fratelli, zii..) oltre che nella coppia.

Le attese dei propri genitori potrebbero trasformarsi in pressioni e le aspettative proprie e del partner potrebbero diventare  priorità indissolubili o vissute con sacrificio:  e allora la nascita di un figlio rischia di essere  vista come l’unica possibilità di salvare il matrimonio di una coppia che si è formata ancor prima che ogni membro si differenziasse dal proprio nucleo familiare originario; la mancanza di latte al seno in una neomamma può trasformarsi in una pesante sconfitta verso la propria famiglia d’origine o in un forte senso di inadeguateza verso il neonato;  altre volte si vuole diventare genitori a tutti i costi solo per obbedire ad uno standard sociale senza aver raggiunto la maturità psicosessuale adeguata ed avere interiorizzato le necessarie funzioni genitoriali e senza la consapevolezza connessa all’esercizio della responsabilità genitoriale; altre ancora la genitorialità è vista come un limite alla propria libertà e può mettere a repentaglio il progetto comune all’interno della coppia oppure il rapporto con i propri familiari.

 Tutti questi aspetti sono molto più comuni di quanto si pensi ma spesso è difficile esprimere apertamente dubbi, riflessioni o constatazioni riguardanti queste dinamiche. La seguente vignetta di Alfredo Chiappori è molto eloquente:

futuri genitori

Le attese intergenerazionali sul matrimonio sono progressivamente cambiate nel corso del tempo: mentre in passato  ci si aspettava che la coppia generasse immediatamente un figlio come riprova della potenza sessuale del maschio e della fertilità della femmina, oggi questa ideologia risulta superata e  persiste solo in una minoranza di persone, infatti ora viene generalmente accettata una fase di conoscenza e assestamento tra i partners, spesso sotto forma di convivenza prematrimoniale, passata la quale a volte il tema scottante del figlio si ripresenta in maniera più o meno esplicita attraverso confronti, paragoni, allusioni... 

 

Viversi la coppia e vivere in coppia non significa necessariamente diventare genitori anche quando non ci siano le premesse adeguate. La genitorialità è un percorso possibile ma non è obbligatorio, soprattutto se uno o entrambi i partners non ne sono convinti. Se diventa un percorso obbligato, rischia di essere vissuto come un peso o in modo non autentico.  

Dott.ssa Maura Santandrea

www.psicologi-roma.com

La scelta del partner

Una delle fasi evolutive più difficili che un essere umano si trova ad affrontare, è il processo di individuazione e differenziazione dalla famiglia d’origine.

 

Generalmente un individuo comincia a lavorare in direzione dello svincolo dalla propria famiglia  già dall’adolescenza, ma questo raggiunge il suo apice quando si decide di intraprendere un percorso esistenziale autonomo e mirato all’indipendenza economica ed emotiva dal proprio nucleo familiare originario.

 

Alcune persone ritengono che questo percorso sia completo nel momento in cui cominciano a gettare le basi per  la costruzione di una nuova famiglia insieme ad un partner; altre invece preferiscono uno stile di vita scevro da compromessi e vincoli relazionali con un ipotetico compagno/a di vita; altre ancora vorrebbero riconquistare l’autonomia perduta in seguito ad una relazione di coppia mal riuscita, mentre alcune cercano disperatamente l’anima gemella senza successo.

 

Nonostante la nostra cultura oggi sia sempre più tollerante verso scelte di vita alternative, ogni giovane adulto deve fare i conti, prima o poi, con   questa misteriosa entità che è la coppia: sia nel caso in cui si decida di “accoppiarsi”, sia nel caso contrario perché, in entrambe le circostanze, prima ancora che nasca la coppia, sono già presenti le aspettative che noi stessi e le persone appartenenti al nostro mondo hanno maturato a tal riguardo.

 

Il distacco dall’organizzazione familiare in cui siamo cresciuti è un processo graduale che non finisce mai e che ha un’enorme influenza sulle nostre scelte future, anche sulla scelta del partner. Persino nelle relazioni più libere, la scelta viene operata sulla base di una serie di elementi che la condizionano. Per alcune persone il legame di coppia può costituire un fine sociale, più che un mezzo di crescita personale; per altre può avere un carattere utilitaristico, ma generalmente i motivi principali vanno rintracciati nei sistemi motivazionali che regolano la vita dell’essere umano: in questo caso il bisogno di attaccamento-accudimento e quello sessuale. Il primo è legato alla ricerca della sicurezza mentre il secondo è connesso alla conservazione della specie attraverso la funzione riproduttiva.

 

A questi naturali bisogni dell’essere umano, spesso si aggiungono le pressioni sociali, le insicurezze personali, i repentini cambiamenti di una società in continuo mutamento……tutti fattori che contribuiscono a rendere questa scelta estremamente complessa: ad esempio può accadere che per alcune coppie la procreazione sia un prerequisito indispensabile per il benessere proprio ma soprattutto delle famiglie d’origine o, di contro, la sessualità della coppia viene percepita come una sorta di tradimento della famiglia d’appartenenza.

 

Quando viene mantenuto un rapporto molto stretto e di dipendenza dalla famiglia nucleare, spesso l’individuo opera delle scelte  che lo portano a concretizzare dei miti o credenze presenti all’interno della sua famiglia d’origine, desiderando un particolare tipo di legame e reputando questo il più idoneo al proprio stile di vita: in tal caso i bisogni personali vengono progressivamente messi da parte e in alcuni casi “ci si sveglia dall’incantesimo” molto tempo dopo, senza capire come mai si è arrivati a quel tipo di relazione avvertita ora come fortemente deludente.

 

Al contrario, quando ci si ribella al mandato familiare, spesso si assiste alla scelta del partner con caratteristiche opposte a quelle suggerite dallo stesso mandato. Anche in questo caso il futuro rapporto rischia di vedere insoddisfatti i propri bisogni personali.

 

La probabilità di operare scelte di questo tipo è maggiore quando vi è alle spalle una condizione familiare poco serena in cui lo svincolo dei figli è reso problematico: a volte può essere ostacolato perché i figli sono importanti per l’equilibrio relazionale del resto della famiglia; in altri casi giocano un ruolo centrale nei conflitti coniugali; in altri casi ancora si fanno carico di aspettative e bisogni di compensazione della propria famiglia.

 

In virtù di queste molteplici variabili, l’individuo comincerà a selezionare la realtà che gli si presenta davanti, mostrando progressivamente più attenzione per gli elementi che appartengono allo schema prodotto dalle vicende della sua storia personale e meno attenzione agli elementi che non vi rientrano.

 

A volte questo meccanismo può condurre al costante tentativo di perseguire una meta ideale che inevitabilmente verrà delusa, in quanto nessun partner sarà in grado di corrispondere perfettamente al modello di relazione che noi abbiamo nella nostra testa e che è frutto di una lunga e complessa storia personale. 

 

Il primo campanello d’allarme è costituito dal “desiderio di voler cambiare l’altro” che si manifesta spesso inconsciamente già nella fase del corteggiamento. Una eloquente illustrazione di Alfredo Chiappori esprime bene il concetto.

 

coppia in crisi

 

Il partner non viene accettato per quello che è, ovvero un essere umano a sua volta complesso, e si cerca costantemente di cambiarlo, curarlo, perfezionarlo. Gli sforzi mirati ad ottenere questi cambiamenti generano una resistenza più o meno visibile e consapevole da parte dell’altro, che si può manifestare nelle forme più svariate per mezzo di quotidiane ripicche, stati depressivi, ansia, problemi sessuali. Quando la distanza tra i partners diventa sempre più incolmabile, la crisi di coppia è conclamata.

 

Alcune coppie si rivolgono a noi dopo essere arrivate a questa rottura e, nella maggior parte dei casi, si definiscono ignare del processo che ha portato ad una simile situazione.

 

Dott.ssa Maura Santandrea

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